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Giornalisti: ecco Carta di Olbia per persone con disabilità

Cagliari, proposta presentata al presidente nazionale Bartoli

di Stefano Ambu

Handicappato non si può più né scrivere, né dire, né leggere. E infatti è sparito dalla circolazione. Il termine più corretto, seguendo anche la convenzione Onu, è persona (o uomo, donna, ragazzo, bambina) con disabilità, con disturbo dello spettro autistico, con sindrome di down. Da evitare "affetto da", costretto su una sedia a rotelle (che è invece uno strumento di autonomia), portatore di handicap o invalido (sebbene utilizzato in riferimenti normativi). Il dibattito è aperto e la ricerca continua. Gli specialisti del settore guardano con attenzione anche alle evoluzioni terminologiche di altri Paesi per cercare le parole giuste. Anche per superare definizioni molto usate come diversamente abile o ragazzo speciale. Che rischiano di non inquadrare la situazione o di scivolare in un pietismo da evitare. La rivoluzione nelle parole può partire dall'informazione. A Cagliari è stata ufficialmente proposta al presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli una Carta deontologica sulla rappresentazione delle persone con disabilità nei media. Primi riscontri positivi: "Una proposta che apprezzo molto: è importante dotarsi di una carta di questo genere - ha detto Bartoli - un gruppo di lavoro dell'Odg si sta occupando della riscrittura del testo unico dei doveri dei giornalisti: la proposta sarà inviata a questo gruppo". Si chiama Carta di Olbia perché nasce proprio nella città gallurese, nel dicembre 2019, in occasione di un corso sul tema organizzato da Odg Sardegna e Giulia giornaliste, in collaborazione con le associazioni Sensibilmente Odv e Uildm Sardegna, per riflettere e trovare alternative alla commiserazione o alla spettacolarizzazione dei casi di disabilità. La proposta è stata poi rilanciata in occasione del secondo corso (rinviato a causa della pandemia) che si è tenuto a Cagliari a giugno di quest'anno e che ha visto anche la collaborazione dell'Ussi e dell'Università di Cagliari. Dopo il secondo corso è nato un gruppo di lavoro che ha portato a una proposta operativa da consegnare al presidente dell'Ordine dei giornalisti. Il lavoro è firmato da Caterina De Roberto, Vannalisa Manca e Susi Ronchi, per Giulia giornaliste Sardegna in collaborazione con Veronica Asara (Sensibilmente Odv), Francesca Arcadu (Uildm, Unione italiana lotta alla distrofia muscolare) e Sara Carnovali, avvocata, phd in Diritto costituzionale. "La proposta della Carta si ispira alla Convenzione Onu - spiega all'ANSA De Roberto - sui diritti della persona con disabilità, ratificata dall'Italia nel 2009. La Convenzione riconosce la disabilità come "risultato dell'interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali che impediscono la loro piena partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri" e non come patologia. La persona, quindi, e non la sua disabilità dovrebbe essere al centro della comunicazione. La disabilità andrebbe raccontata solo se rilevante ai fini della notizia. Tra l'altro un concetto che ben si sposa con quello che dovrebbe esserci familiare dell'essenzialità della notizia. Per fare un esempio: se una persona con disabilità vince un premio letterario, non è rilevante la sua disabilità. Se intervistiamo quella persona per un'inchiesta sulle barriere architettoniche o il sostegno scolastico, lo è". La proposta contiene quindi un glossario, curato da Arcadu. "La carta deontologica - spiega all'ANSA Ronchi- non solo è necessaria ma è indispensabile perché colma un vuoto normativo del Testo unico dei doveri dei giornalisti. Nella stampa italiana sono presenti terminologie scorrette infarcite di stereotipi e pregiudizi non rispondenti a una rispettosa percezione sociale della disabilità. La carta deontologica sarà di grande supporto nella narrazione dei fatti che coinvolgono le persone con disabilità sia nella parte dei principi che in quella del linguaggio. Il linguaggio su cui Giulia giornaliste lavora da sempre è uno strumento fondamentale che ci permette di scegliere le parole giuste per una rappresentazione rispettosa In questo modo si riesce a rovesciare il paradigma frutto di pregiudizi e discriminazioni e a costruire una corretta percezione della disabilità nell'ambito di un nuovo modello sociale, attraverso un linguaggio che non ceda a facili pietismi o trionfalismi".

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