'La figlia unica', opera di addio di Yehoshua

'Ho un tumore'. Novella su una ragazza italiana per metà ebrea

   Abraham Yehoshua dice di congedarsi dai suoi lettori e per farlo sceglie una storia italiana. Appena uscito in Israele, 'La figlia unica' è - ha sottolineato l'autore - "un libro di addio, un libro di commiato da me come scrittore".
    La ragione l'ha spiegata lui stesso, 84 anni, in una intervista al quotidiano Yediot Ahronot confessando di soffrire per la recidiva di un tumore scoperto un anno fa. "Ho ricevuto cure, sono stato operato, ho avuto la sensazione - ha raccontato - di averlo superato. Non ho nemmeno sofferto troppo, tutto era finito bene". Poi - ha aggiunto - "all'improvviso il tumore è tornato.
    Adesso ricevo nuove cure". Una situazione per sua stessa ammissione penosa: "sono malato, sono tutto preso dalla malattia, la cosa mi pesa molto". Tanto da fargli "invidiare" quanti sono morti, a cominciare dalla amata moglie Rivka, deceduta dopo 50 anni di matrimonio. Ma anche i suoi 'colleghi' come Aharon Appelfeld, Yehoshua Kenaz e soprattutto l'amico Amos Oz. Insieme a lui e a David Grossman, Yehoshua ha formato il trio degli scrittori israeliani forse più conosciuti all'estero, specie in Italia. Sono stanco, sono spossato, tutti gli amici mi hanno lasciato, non ho paura di morire", ha detto al giornale.
    Yehoshua ha poi raccontato che dopo la morte della moglie (la sua prima lettrice) ha pensato che non avrebbe più scritto, poi si è imbattuto in qualche cosa che l'ha colpito.
    "Una ricerca splendida di una dottoranda della Universita' Bar Ilan, di origine italiana, che - ha spiegato - voleva comprendere la risonanza in Italia della letteratura israeliana.
    Sembra che la mia opera e quella di altri autori abbiano riempito un vuoto". Da lì anche, è nato il suo 'La figlia unica" cominciato due anni fa. Con una fonte di ispirazione e di riconoscenza - ha detto ancora lo scrittore su altri media - verso l'opera di un grande autore italiano: 'Cuore' di Edmondo De Amicis. "Da bambino mio padre ci leggeva pagine del libro ed io singhiozzavo. Poi pensavo che da grande avrei voluto essere anch'io uno scrittore, e magari far piangere il prossimo.
    In questa novella dunque - ha osservato - è presente il Cuore di De Amicis". Nel libro, il momento decisivo è quando a Rachele la scuola chiede di interpretare il ruolo di Maria durante una recita di Natale. I parenti ebrei di Rachele non sono praticanti, non mangiano kasher. Ma, alla notizia della richiesta, il padre della ragazza si arrabbia e risponde - secondo quanto rivela lo scrittore - "ci hanno maltrattato abbastanza". E il riferimento appare chiaro: le leggi razziali dal 1938 in poi, le persecuzioni e le responsabilità degli italiani.. "E' una novella che ti trascina - ha scritto Yediot - che riguarda la crisi di identità che minaccia ogni ebreo nella diaspora". (ANSA).
   

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