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L'ultimo Edipo misterioso e poetico di Barba

Odin Teatret a Roma, poi Lecce prima della chiusura dopo 60 anni

Spettacolo affascinate e suggestivo, inquietante e poetico questo ''Tebe al tempo della febbre gialla'' ispirato alla storia di Edipo, della sua famiglia e della sua città, sette volte distrutta e sette volte risorta, ultimo di Eugenio Barba per l'Odin Teatret, che dopo 60 anni lascia la sua storica sede di Holstebro in Danimarca e i suoi attori, tutti attorno ai 70 anni, proseguiranno singolarmente e c'è anche chi ha deciso di ritirarsi, tanto che il lavoro non potrà essere replicato che sino a fine novembre: per ora al Vascello di Roma dove, dopo il debutto, resta sino a domenica, poi al Koreja di Lecce dal 6 all'8 ottobre.
    Gli spettacoli di Barba sono sempre misteriosi e poetici. Per lui il teatro ''è un rituale vuoto e inefficace, che riempiamo con il nostro 'perché', con la nostra necessità personale'' e spiega che uno spettacolo può ''nascere concettualmente illogico e da suggestioni curiose e diverse, ma poi deve trovare una sua coerenza ritmico-formale che lo renda credibile, che riesca a stimolare sensi, emozioni e immaginazione di chi vi assiste''.
    Allora l'incontro che avviene in scena tra i miti e il testo greco classico, lingua in cui viene recitato, con immagini su grandi teli della pittura francese moderna non va indagato razionalmente, ma al massimo cogliendo il senso, la provocazione di certe simbologie dal vaso di fiori di Van Gogh, proposto anche in una versione in cui i fiori sono morti con tutti i petali caduti, al crocifisso di Gauguin, come a spingere a interrogarsi su Edipo che per scoprire la verità su se stesso, scatena parricidio, incesto, peste e guerre fratricide che coinvolgono i suoi figli (Eteocle e Polinice che sono morti uno difendendo, l'altro attaccando la città, e Giocasta che vuole seppellire il fratello traditore nonostante il Re Creonte lo abbia vietato) e Dio che sacrifica anche lui sulla croce il figlio per salvare un'umanità di peccatori. Per non parlare dell'apparizione degli uomini di Chagall in volo in contrasto con l'urlo di Munch, o i riferimenti alle figure a volto coperto, completamente velate di Magritte, che aprono lo spettacolo vestite di nero, terminata la guerra e intente, tra teli insanguinati, a seppellire i morti. Dopo arriverà un'illusoria primavera e ci saranno amori e tuniche e soprabiti ricamati e colorati dei vari personaggi, da Creonte che aggressivamente abbia letteralmente il suo potere, a Tiresia che arriva col suo bastone tenuto sul collo come un basto, da Edipo cieco col volto e la testa completamente avvolta da lunghi capelli e impegnato in una sorta di incontro, tra lotta e amore, con un toro, forse un minotauro che è poi l'altra parte di lui stesso, o Antigone, che è solo una sorta di fantasma provocatorio, che passa danzando persa in una sua innocente ilarità. Attori assolutamente eccezionali nell'impegno fisco e d'interpretazione, capaci anche di muoversi come danzando, di cantare e suonare la fisarmonica: dal Creonte di Kai Bredholt, all'Edipo di Iben Rasmussen, Tiresia di Julia Valery, e poi Roberta Carreri, Elena Floris e Donald Kitt. Tutto questo in uno spazio illuminato ai quattro angoli da spot rasoterra che vede gli spettatori ai due lati della scena.
    Ma appunto, raccontare così uno spettacolo di Barba dice poco, è assolutamente riduttivo, perché è un artista che lavora sul mistero e riesce a tradurlo nella poesia dell'atmosfera ora cupa, ora luminosa, della tragedia greca coinvolgendo con i suoni (a cominciare appunto dalla lingua originale di Eschilo e Sofocle, in molti momenti cantata) e l'azione, rapida, spesso quasi danzata, che spinge a partecipare, a emozionarsi e poi a interrogarsi. E al teatro, al grande teatro credo non si possa chiedere di più. 
   

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