di Nicole Di Giulio e Antonella Spinelli
ANSA MagazineaMag #60
Srebrenica, vent'anni dopo

Quella madre alla ricerca di una voce

11 luglio 1995 la strage di Srebrenica, uno dei terribili atti finali della guerra in Bosnia Herzegovina. Nel giro di pochissimi giorni, nell'estate del 1995, più di ottomila bosniaci musulmani, soprattutto maschi, vennero uccisi dai loro connazionali di etnia serba e di fede ortodossa. Molti dei loro corpi non sono ancora stati trovati ma le loro donne – madri, mogli, figlie, sorelle – non hanno mai smesso di cercarli. Alcune di loro raccontano le proprie storie ripercorrendo quei drammatici giorni. Ma è forse il presente a fare più paura

Hajra Catič, il viaggio della memoria

Il cartello 'Attenzione, mine'

“Quello che sta succedendo a Srebrenica è impossibile da descrivere. 
C'è qualcuno nel mondo che viene a vedere la tragedia
che sta accadendo a Srebrenica e ai suoi abitanti? 
La popolazione di questa città sta scomparendo.
Chi c'è dietro a tutto questo? 
Ho paura che non vivremo abbastanza per saperlo”

Nino Catič
Srebrenica, 10 luglio 1995

Questo è un grido d'aiuto lanciato dai microfoni della radio libera di Srebrenica. A pronunciarlo è un giornalista: Nino Catič. La sua voce concitata risuona, vent'anni dopo, dallo smartphone di sua madre, Hajra, mentre viaggia in una macchina partita da Tuzla, destinazione Srebrenica. Quello che ascolta è l'ultimo disperato appello che il figlio di ventisei anni lanciò al mondo.

“Il giorno dopo fu l'ultima volta che vidi Nino. Mi disse che stava per scappare con alcuni amici sui boschi. Io scoppiai a piangere ma lui mi consolò dicendomi: Non piangere mamma, ci rivediamo a Tuzla”. L'undici luglio 1995 – poco prima che scattasse l'offensiva finale dei serbi – lei e il marito andarono a piedi in una località vicino a Srebrenica, Potočari, dove c'era la base dell'Onu. Oggi a Potočari ha sede il memoriale che ospita le vittime del massacro; qui la nostra auto fa una sosta.

Di fronte al memoriale c'è una fabbrica dismessa che ospitava i caschi blu olandesi. Alcuni operai stanno intonacando le pareti. Hajra si aggira tra le stanze, sembra cercare qualcosa. La trova al primo piano, dove non sono ancora arrivati i lavori. I muri sono pieni di graffiti e disegni fatti dai soldati olandesi, quasi tutti osceni e offensivi nei confronti dei musulmani bosniaci.

Uscita fuori, Hajra continua il suo racconto, mentre indica il piazzale che conduce alla strada: “Gli olandesi ci hanno radunato qui fuori, ci hanno messo in fila e hanno separato le donne con i bambini più piccoli dagli uomini; in pratica, ci hanno consegnato nelle mani dei serbi. Questi mi ordinarono di salire su un pullman senza mio marito. Io mi rifiutai; gli mancava un rene, non volevo lasciarlo da solo. Così i serbi mi diedero un colpo alla nuca e caddi a terra. Non ho più visto mio marito vivo”. Lo ha ritrovato qualche anno fa in una fossa comune: “L'ho riconosciuto subito perché portava ancora una cintura che gli avevo cucito io”.

Oggi i resti del marito, Junuz, riposano nel memoriale di Potočari; Hajra va a pregare sulla sua tomba. Accanto c'è uno spazio vuoto, è quello per il figlio Nino che Hajra aspetta di poter colmare.

All'arrivo a Srebrenica è ormai buio. Hajra entra nella casa in cui non riesce più a vivere. Si siede e continua il suo racconto: “Tre anni fa è stata trovata un'altra fossa comune, proprio dove alcuni testimoni mi hanno detto di aver visto per l'ultima volta mio figlio, ferito. Sono anziana, quei terreni sono ancora pieni di mine, eppure sono corsa lì. A un certo punto ho iniziato a vedere vecchi indumenti a terra e mi sono messa a scavare a mani nude, finché non ho trovato un teschio. Ho sperato che fosse di Nino ma le analisi del Dna hanno rivelato che si trattava di un altro ragazzo”.

Tornando a Tuzla, l'auto si ferma davanti al palazzo in cui aveva sede la radio libera di Srebrenica. Accanto, un cartello avverte di fare attenzione alle mine, che ancora si nascondono numerose nei terreni che circondano Srebrenica.


Con Hajra a Potočari e nella ex fabbrica-caserma dei caschi blu

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Sarajevo, Tuzla e Srebrenica: zone 'protette' dall'Onu

Il 6 maggio 1993 il consiglio di sicurezza dell’Onu, con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di Sarajevo, Zepa, Goražde, Bihać, Srebrenica e Tuzla. In queste ultime due città, fra il '93 e il '95, affluirono perciò migliaia di profughi dai villaggi vicini. Questa risoluzione non venne mai rispettata dai serbi, che continuarono a bombardare e assediare le zone protette senza incontrare alcuna resistenza da parte delle forze di sicurezza internazionali presenti sul territorio. Neanche i musulmani bosniaci riuscirono a fermare l'avanzata serba. La maggior parte di loro rispettò, infatti, la demilitarizzazione imposta dalle Nazioni Unite già nel '93.  “I nostri uomini non potevano proteggerci dai serbi, non avevano più armi – dice Hajra. I serbi, invece, erano armati fino ai denti. Si erano impadroniti dell'arsenale dell'esercito dell'ex Jugoslavia, all'epoca uno dei più imponenti al mondo”.


Donne di Srebrenica


“Non dimentichiamo. Cerchiamo quello che ci manca”

“Non dimentichiamo. Cerchiamo quello che ci manca”

Come ogni undici del mese, a Tuzla, le donne che nel luglio di vent'anni fa hanno perso i loro familiari si ritrovano nella casa in cui vive Hajra Catič che, nel '95, ha fondato l'associazione Žene Srebrenice: “Ci siamo messe insieme per cercare i nostri familiari vivi. Pensavamo che i serbi li avessero rinchiusi nei campi di concentramento. Quando poi siamo venute a conoscenza dell'esistenza delle fosse comuni, abbiamo capito che dovevamo cercare i nostri uomini morti”.

Dalla casa di Hajra parte la marcia con la quale le donne mantengono viva la memoria dei propri cari. Attraverso le strade di Tuzla, queste decine di donne, di mogli, di madri, continuano a chiedere verità e giustizia e non si fermeranno finché tutte le fosse comuni saranno aperte e tutti i resti analizzati. “Noi viviamo dall'undici del mese all'undici del mese successivo – dice una delle donne. Non avremo pace finché non troveremo anche l'ultimo osso dei nostri uomini”.

 


A Tuzla, dove le donne ricordano e chiedono giustizia

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“Eravamo amici dei serbi, stavamo sempre insieme”

“Eravamo amici dei serbi, stavamo sempre insieme”

Tra le donne che si danno appuntamento a casa di Hajra ci sono anche Reja Avdič e Nura Begovič. Dalle loro parole emerge ancora forte il risentimento nei confronti dei serbi, a dimostrazione del fatto che a vent'anni di distanza le ferite non accennano a rimarginarsi. In Bosnia, fatta eccezione per la capitale Sarajevo, regnano ancora la diffidenza e il rancore tra le etnie che compongono il Paese. La pace, siglata con gli accordi di Dayton nel novembre del 1995, sembra in questi territori solo una facciata. La pacifica convivenza fra musulmani e ortodossi, che per secoli ha caratterizzato la Bosnia Herzegovina, appare oggi solo un miraggio.

“Eravamo amici dei serbi, vicini di casa, stavamo sempre insieme. Credetemi quando vi dico che, nonostante siano passati vent'anni, io ancora non riesco a capire come sia stato possibile. Mai avremmo potuto immaginare che, da un giorno all'altro, quegli stessi amici sarebbero diventati i nostri assassini. Non so cos'è scattato all'improvviso nelle loro teste”. Così, in poche parole, Reja – che ancora cerca il corpo del marito – spiega il repentino cambiamento dei serbi bosniaci nei confronti dei bosgnacchi, come vengono chiamati i musulmani di Bosnia. Un'esperienza, questa, che accomuna tante donne, tutte ancora incredule.

Nessuna di loro vive più nella propria casa, nei villaggi d'origine dai quali sono dovute scappare per provare a sfuggire all'avanzata serba. Chi riusciva andava a Srebrenica che, nel 1993, era stata dichiarata zona protetta dall'Onu. In breve tempo, invece, la città si trasformò in una sorta di lager. La gente era troppa, non c'era più spazio per ospitare i profughi. Mancavano acqua, cibo, medicine e i serbi sferravano attacchi dal cielo lanciando granate. Tutto questo fino all'undici luglio del '95, quando i serbi entrarono in città.

Dopo la guerra, in pochi sono tornati a casa. “Per un bosgnacco è ormai impossibile vivere in luoghi come Srebrenica o Bratunac. Oggi in queste città, dove prima si conviveva pacificamente, vivono quasi solo serbi, molti di loro ultranazionalisti. Torna solo chi non ha altra scelta”. Dice Nura che, nel massacro, ha perso il suo unico fratello. “È stata una fortuna avere solo figlie femmine, se avessi avuto dei maschi me li avrebbero uccisi – continua Nura. Hanno cancellato un'intera generazione; risparmiavano solo i bambini più piccoli”.


Da amici ad assassini


Reja e Nura: il futuro, la preoccupazione e la paura

Nelle testimonianze di Reja e Nura il passato cede il posto al futuro, al quale si guarda con paura. “Tanti di quegli assassini sono ancora a piede libero e, come se non bastasse, molti di loro ricoprono incarichi politici importanti. Tra questi ci sono alcuni ex membri degli Scorpioni rossi, gruppo paramilitare ultranazionalista serbo, che si macchiarono di efferati crimini nei confronti dei musulmani di Bosnia. Per questo, non mi stupirei se prima o poi qualche giovane musulmano decidesse di vendicare quanto è successo vent'anni fa. Noi donne – dice Nura – non abbiamo mai cercato vendetta, abbiamo sempre chiesto solo giustizia. Ma ho paura che i più giovani, vedendo quello che continua a succedere, si lascino guidare dal risentimento. In Bosnia, l'odio è senz'altro ancora vivo”.

Parole pesanti che si comprendono meglio ascoltando episodi di vita vissuta, come quelli che racconta Reja: “Quando torno nella mia casa, a Bratunac, un mio vicino serbo mi dice sempre: Vi abbiamo stuprato, vi abbiamo ucciso, vi abbiamo bruciato le case; cosa dobbiamo fare per non farvi tornare mai più?”.


L'odio è senz'altro ancora vivo


“Gli olandesi sono direttamente complici e colpevoli”

Nel luglio dello scorso anno, per la prima volta un tribunale olandese ha riconosciuto la responsabilità dei propri connazionali per quello che accadde all'interno della base Onu di Potočari. La sentenza è arrivata dopo l'accoglimento di un ricorso presentato dalle madri di Srebrenica. “Possiamo affermare con sufficiente certezza che se il contingente olandese avesse permesso a quelle persone di restare, si sarebbero salvate”, queste le parole di uno dei giudici.


Nei tragici giorni dell'offensiva finale serba, all'interno della base si erano rifugiati circa cinquemila musulmani, certi che avrebbero ricevuto la protezione delle Nazioni Unite che, con una risoluzione del '93, stabilì che i caschi blu sarebbero dovuti intervenire anche con l'uso della forza per garantire la protezione della popolazione all'interno delle zone protette. Gli olandesi, invece, cedettero al ricatto di Ratko Mladić, comandante dell'esercito dei serbi di Bosnia, considerato uno dei principali artefici del massacro. L'obiettivo di Mladić era quello di eliminare i musulmani dai territori bosniaci per costruire una grande Serbia etnicamente pura. Lo stupro etnico diventò una delle armi principali delle forze militari e paramilitari serbe, insieme allo sterminio dei maschi. La sentenza del tribunale olandese, con sede nella città dell'Aja, ha però riconosciuto la responsabilità dei propri militari solo per la deportazione di trecento uomini.


La responsabilità dei caschi blu