La parola della settimana SEMPLICE (di Massimo Sebastiani)

Massimo Sebastiani

Con l’ironia amara che era, fra gli altri, uno dei suoi marchi di fabbrica, Leonardo Sciascia nel suo ultimo libro Una storia semplice mette in bocca al questore la frase chiave del libro: rivolgendosi al giovane, volenteroso e tormentato brigadiere Lepri gli dice: ‘Tu vuoi fare complicata una storia semplice’. Peccato che qui la cosiddetta semplicità, cioè il suicidio di un uomo in presunta rovina economica, nasconda in realtà la complessità di un contesto, tanto per citare un altro termine caro a Sciascia, dove nulla è quello che sembra e dove la verità viene occultata dietro una fitta trama di inganni, omissioni, depistaggi, ambiguità.

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Negli ultimi mesi, complice la crisi da pandemia, il lockdown che ci ha costretti a rivedere molte nostre abitudini e a riflettere su scelte, ritmi e priorità della nostra esistenza, abbiamo sentito spesso parlare di un auspicabile ritorno ad una vita più semplice, più essenziale. Dietro queste espressioni si cela in genere l’idea di ‘qualcosa di meno’, l’idea di sottrarre invece che aggiungere come sembra siamo abituati a fare almeno da 70 anni a questa parte. E qualcuno ha anche trovato il modo di criticare l’infelice definizione del decreto del governo chiamato ‘semplificazioni’, trasformato in legge, perché in realtà non semplificherebbe un bel niente e c’è chi ha calcolato che serviranno oltre 60 decreti attuativi per rendere operativa la legge. Che semplificare non sia semplice emerge chiaramente da alcuni dei più luminosi ed eleganti esempi di semplicità. A cominciare da quella che il fisico Carlo Rovelli, autore del bestseller ‘Sette brevi lezioni di fisica’ (non sappiamo quanto semplice), chiama ‘la più bella delle teorie’: la relatività di Einstein. Rovelli la definisce ‘una semplificazione impressionante del mondo’. Alla base di questa semplificazione c’è l’idea, per niente semplice, della curvatura dello spazio lì dove c’è materia. In altri termini, Newton aveva stabilito che a far cadere le cose fosse la forza di gravità ma non aveva spiegato come facesse questa forza ad attrarre le cose le une verso le altre senza che ci fosse niente in mezzo. ‘L’equazione di Einstein sta in una mezza riga – scrive Rovelli – non c’è altro’. E d’altra parte il francescano inglese Guglielmo di Occam, vissuto a cavallo tra XII e XIII secolo deve la sua notorietà al suo celebre rasoio: e cioè l’idea che ‘è futile fare con più mezzi ciò che si può fare con meno’ oppure che ‘gli elementi non devono essere moltiplicati più del necessario’. Tradotto ulteriormente: a parità di condizioni, la via più semplice è quella giusta. Somiglia molto a quello che dirà secoli più tardi Bertrand Russell: ‘Desideravo dire tutto nel minor numero di parole in cui fosse possibile dirlo chiaramente’. Qualcuno starà pensando che questo è tutt’altro che semplice: e infatti così ci avviciniamo al nucleo del problema che la parola semplice peraltro porta con sé.


La semplicità non è un punto di partenza e non si ottiene né semplicemente tornando indietro né sottraendo a casaccio. Tantomeno rendendo facili le cose. Ciò che è semplice raramente è facile: quest’ultima parola significa infatti qualcosa che si può fare senza sforzo e senza particolare applicazione mentre la parola semplice ci dice tutt’altro. In greco era aploos, cioè senza moltiplicazioni (e ricorda Occam) ma è l’origine latina che ci dice di più. Semplice è formata da sem, che vuol dire uno, uno soltanto, e plec che deriva da plectere. Quindi il significato è ‘piegato una sola volta’. Parlando di semplicità sarebbe stato logico aspettarsi qualcosa come ‘non piegato’, ‘liscio’ e invece no: perché la semplicità va trovata, va squadernata, è un percorso, il processo di togliere la piega e rendere quindi liscio. E’ un’attività, un lavoro non un’illuminazione. E infatti può costare cara. E’ noto l’aneddoto che riguarda Picasso. Ad un compratore che si stupiva del prezzo di un quadro in cui c’erano solo pochi segni a tracciare qualcosa che ricordava una figura e che chiedeva ‘ma quanto ha impiegato a farlo’?, rispose: ‘A farlo pochi minuti, a pensarlo tutta una vita’.

E in fondo gran parte dell’arte contemporanea astratta è il risultato di questo cammino: Mondrian dipingeva paesaggi e alberi intricatissimi prima di arrivare alle famose righe nere che inquadrano rettangoli con colori primari e Mark Rothko partì da strutture complesse ma assai poco innovative per arrivare alle emozionanti campiture di colore per cui è passato alla storia dell’arte contemporanea (e del suo business: un suo quadro è uno dei più pagati di sempre). Forse, come suggeriscono Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli in ‘Le magnifiche 100’, parlando della parola semplicità, ci vorrebbe un’altra parola macedonia, ‘semplessità’, per indicare qualcosa che sfugge sia alla faciloneria che al bizantinismo oppressivo della complessità burocratica.
A meno di non avere la fortunata leggerezza raccontata in questa canzone degli spensierati anni ’80 da Gianni Togni e intitolata, appunto, ‘Semplice’.

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