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Nell'89% dei femminicidi l'assassino è il partner, un ex o un parente

11 donne uccise in 15 giorni, giugno rischia di essere il mese peggiore

Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale. È questa la definizione che il vocabolario Treccani dà del femminicidio che non è una fattispecie di reato penale dai contorni netti.

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L'ANSA ha rielaborato il report settimanale sugli omicidi volontari, pubblicato ogni lunedì dal Servizio analisi criminale presso la Direzione centrale della polizia criminale, che analizza - tra gli altri fenomeni - tutti i delitti che integrino fattispecie riconducibili alla violenza di genere.

Viminale: in 6 mesi cinquanta femminicidi in Italia

Il documento pubblicato lunedì non tiene conto dell'omicidio di Caterina D'Andrea avvenuto nella stessa giornata. Il report è stato poi arricchito con l'archivio dell'agenzia. Da gennaio 2022 sono stati 49 i femminicidi in Italia, 11 soltanto nelle due settimane che vanno dal 5 al 20 giugno che rischiano di trasformare il mese (non ancora terminato) nel peggiore dell'anno. Nell'89% dei casi l'assassino è il partner, l'ex oppure un altro parente.

Alle 49 vittime di femminicidio ne vanno aggiunte altre sei: figli uccisi dall'assassino per far soffrire la donna, genitori che cercano di salvare la propria figlia.

È il caso di Liliana Caterina Mancusa uccisa assieme al marito Basilio Saladdino a Porto Torres il 26 febbraio mentre tentavano di difendere la figlia dall'aggressione del marito oppure di Giada e Alessio Rossin uccisi a Mesenzana dal padre che non accettava l'idea del divorzio dalla moglie, madre dei ragazzi.

In 17 casi (35%) l'assassino ha rivolto poi contro se stesso l'arma, facendo salire il bilancio di sangue dei primi 6 mesi del 2022 a 72 morti. In oltre la metà dei suicidi si tratta di uomini ultrasettantenni che non riescono a gestire ulteriormente la malattia della moglie e preferiscono, arbitrariamente, mettere fine alle sofferenze della donna, uccidendosi a loro volta.

Analizzando ancora le motivazioni, in 13 casi (27%) il presunto movente del femminicidio è l'incapacità degli omicidi di accettare la fine di una relazione o un rifiuto. È  il caso di Romina De Cesare a Frosinone, di Vincenza Ribecco a San Leonardo di Cutro, di Anna Borsa a Pontecagnano e di Romina Vento a Fara Gera d'Adda: le storie d'amore per loro si erano chiuse, ma i partner rifiutavano di accettare la realtà. Spesso le cause del femminicidio restano nel mistero, quello che invece è chiaro e limpido è il fatto che nel 67% dei casi l'assassino è il compagno e l'ex compagno (33 casi), nel 22% dei casi un altro parente (11 casi) e solo nel 10% (5 casi) la mano che uccide è di uno sconosciuto.

Le ultime due vittime, Donatella Miccoli domenica e Caterina D'Andrea ieri, sono state uccise rispettivamente a Novoli e a Roma dai mariti, sconosciuto ad ora il movente. Il 15 giugno una psichiatra napoletana è stata uccisa dal figlio diciassettenne.

Mentre il 5 giugno Nevila Pjetri e la trans Camilla Bertolotti sono state uccise in circostanze ancore non chiare, forse durante un tentativo di rapina, da un uomo che nessuna di loro aveva visto prima.

Per chiudere il quadro dei femminicidi è giusto citare anche tre casi che non rientrano nella lista: ci sono due italiane Antonella Castelvedere e Alessandra Frati uccise dai compagni all'estero, rispettivamente in Gran Bretagna e in Corsica, e poi c'è la storia di Sabrina, 48 anni, trovata morta nella cantina di quella casa di Ardenno (Sondrio), dove veniva maltrattata, picchiata e costretta a subire abusi sessuali dal convivente molto violento. Alla fine la donna ha trovato la forza di denunciare ma non è scattato il codice rosso e Sabrina si è tolta la vita, come aveva già tentato di fare due anni prima. Si sentiva sconfitta, eppure la sconfitta non era la sua, era della società che non ha saputo ascoltare il suo grido di dolore e intervenire.

 

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