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Qualcosa deve succedere: attese, speranze e incertezze nella bella estate

Da una maggiore equità nelle condizioni di partenza alla sostenibilità ambientale, economica e sociale: le giovani generazioni sognano un futuro più giusto. Parlare di loro e con loro è un’opportunità da cogliere a tutti i costi.

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di Mariaflavia Cascelli, referente Gdl Goal 1-10, Goal 3, e Gdl trasversale Organizzazioni giovanili

Quell'anno faceva tanto caldo che bisognava uscire ogni sera e a Ginia pareva di non aver mai capito prima cosa fosse l'estate tanto era bello uscire ogni notte per passeggiare sotto i viali. Qualche volta pensava che quell'estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere.               

Nelle ultime settimane le pagine culturali della stampa rievocano “La bella estate di Cesare Pavese, trittico di tre brevi romanzi di formazione con cui 71 anni fa, nel giugno 1950, lo scrittore piemontese si aggiudicava il Premio Strega. L’impressione di dover fare presto e la trepidazione per qualcosa che deve succedere descrive in modo intimo e familiare la spensieratezza cui associamo la stagione delle giornate lunghe e, con agosto alle porte, l’attesa, la speranza e la malinconia che accompagnano l’intravedere della coda dell’estate e l’avvicinarsi dell’inizio del nuovo anno scolastico, accademico, lavorativo. Rifuggendo la retorica che pretende di individuare un tipo univoco al quale dovrebbe corrispondere la categoria di “giovane”, l’attesa di qualcosa che deve succedere pare raccontarli tutti, i giovani. Racconta quelli che non sanno se torneranno tra i banchi di scuola o se proseguiranno nel vissuto disincarnato della didattica a distanza, che troppo a lungo li ha privati di quell’esperienza multisensoriale, corporea ed emotiva, che è fondamentale per l’apprendimento e per la fissazione delle memorie.  Racconta i ragazzi alla ricerca di un lavoro che non arriva, molto spesso precario o che non li soddisfa. Il Rapporto annuale Istat 2021, presentato lo scorso 9 luglio, afferma che nel 2020 sono 2 mln e 100mila i giovani “Neet” di 15-29 anni, pari al 23,3% dei giovani di questa fascia di età (in aumento di 1,2 punti percentuali rispetto al 2019). Racconta i ragazzi che, attraversando fisiologiche sperimentazioni ed esitazioni, nonché sacrosanti smarrimenti, sono penalizzati nel percorso di ricerca e di costruzione della loro identità personale, che per compiersi pienamente deve passare anche per l’emancipazione dalle famiglie: per riti di passaggio ed eventi-soglia che ne sanciscano l’ingresso nella vita adulta e che, per essere celebrati, necessitano di possibilità materiali spesso negate. Racconta i giovani frizzanti, e quelli disillusi e stanchi. Qualcosa deve succedere è ciò che passa per le teste dei ragazzi che si stanno mobilitando per la PreCop26, l’insieme di iniziative che si svolgeranno a Milano tra settembre e ottobre prossimi con l’obiettivo di definire i temi chiave per i negoziati della Cop26, conferenza delle Nazioni unite che si terrà a Glasgow a novembre. Alle spalle avranno un’estate caratterizzata da catastrofi naturali dolorose, causate dal vorticoso degrado ambientale. L’attesa di qualcosa che deve succedere racconta anche chi non è più tanto giovane, ma che quando si parla di giovani ancora drizza le orecchie e si chiede “parleranno anche di me?”, perché, pure se ha varcato la soglia dei 30 anni, vive quello stato di sospensione di chi non ha ottenuto poi molto – nonostante gli sforzi profusi – e attende ancora più di qualcosa.

Di ragioni per vivere un eterno presente perché, ben equipaggiati dell’habitus della flessibilità e della precarietà e pronti a rimettersi in discussione e a rivedere – spesso al ribasso – i progetti di vita e lavorativi, ne avrebbero, i giovani. Eppure, divisi tra paura e apertura al domani, di fronte all’insostenibilità di un modello di sviluppo che la crisi pandemica ha conclamato e che li colpisce duramente, molti di loro sono lontani dall’aspettarsi passivamente che qualcosa succeda; e facendo rete, avanzando proposte, immaginando scenari alternativi, ci ricordano – come con una felice espressione ha efficacemente sintetizzato l’economista Stefano Zamagni – in conclusione del suo intervento all’evento ASviS/Cortile dei Gentili Pandemia e resilienza – che “la speranza poggia sulla certezza che la realtà non è un dato, ma un compito. Se è un compito, può essere cambiata”.

Al centro del dibattito pubblico sui giovani viene posta da anni la questione del loro dileguamento da forme di partecipazione collettiva, del loro ripiegamento individualistico, della loro incapacità di battersi per qualcosa che percepiscano come condivisione di un destino comune. A complicare, e forse in parte a sconfessare, questo topos dell’odierna riflessione sulla condizione giovanile delle scienze umane, è anche il recente discorso a sei mani (non proprio di circostanza) pronunciato da tre coraggiose neolaureate in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi: “Proprio perché la Scuola ha significato così tanto per noi, è difficile guardare questo momento di celebrazione senza condividere con voi alcune preoccupazioni”, hanno esordito. Con la voce a tratti rotta dall’emozione, ma con parole ferme, le tre giovani hanno espresso una dura critica al sistema fortemente diseguale dell’accademia italiana, che favorendo la retorica del merito, della competitività e della produttività, e alimentando una precarizzazione sistemica e crescente – hanno spiegato –, lascia in secondo piano l’inclusione e l’impegno civico, con ciò inasprendo le disuguaglianze della realtà sociale. Un sistema concorrenziale che non ha saputo dar voce alla sofferenza dei compagni di corso lasciati indietro o di quanti sono sì arrivati alla fine del percorso di eccellenza, ma al prezzo di un profondo malessere. “Quale eccellenza, tra queste macerie? Che valore ha la retorica dell’eccellenza se fuori da questa cattedrale nel deserto ci aspetta il contesto desolante che abbiamo descritto?”.

Ad alimentare la retorica meritocratica e, quindi, la giustificazione morale di disuguaglianze presuntivamente naturali – scriveva Vittorio Pelligra in un articolo sull’Avvenire a maggio scorso – è una “simmetria delle valutazioni tra successo e insuccesso, tra merito e demerito”, determinata dal nostro profondo bisogno di percepire l’ambiente sociale come se fosse stabile e ordinato. Si tratta dell’“ipotesi del mondo giusto”, la credenza secondo cui le persone normalmente ottengono ciò che si meritano. Questa narrazione – spiega Pelligra – nasconde il fatto che “la stessa capacità di impegnarsi, di darsi degli obiettivi e di perseguirli con costanza è molto speso ereditata” (e ciò senza voler negare che chi si impegna e ottiene risultati debba essere riconosciuto e apprezzato). Perseveranza, determinazione, costanza, sono abilità che i neuroscienziati definiscono “funzioni esecutive […], abilità che si formano in età estremamente precoce e poi si fissano e perdono plasticità”. Ne deriva almeno indirettamente che chi rimane indietro, spesso, non riesce a conseguire i propri obiettivi e ad avere successo non perché non si impegni abbastanza, ma perché le condizioni sociali, economiche e culturali cui è sottoposto rendono difficoltosa la sua affermazione personale.

 

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