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Dopo Seaspiracy il pesce non avrà più lo stesso sapore

Da team Cowspiracy docu choc pesca industriale e sostenibilità

 © ANSA
  • di Alessandra Magliaro
  • ROMA
  • 02 aprile 2021
  • 20:23

Dopo aver smesso di mangiare carne in seguito al documentario Cowspiracy e in ultimo all'inchiesta di Presadiretta su Rai3 sugli allevamenti intensivi, tra l'altro bombe epidemiologiche, lo spettatore di Seaspiracy smetterà di mangiare pesce. Molto probabilmente, oppure ne ridurrà il consumo. Il documentario, distribuito in Italia su Netflix dal 24 marzo, si sta facendo notare in tutto il mondo, rilanciato dalle associazioni ambientaliste e animaliste. Realizzato dallo stesso team di Cowspiracy: The Sustainability Secret del 2014 , rivela non solo il pericolo degli oceani per la pesca massiva ma anche quello che di illegale, di violazione di diritti umani, di vera e propria schiavitù che c'è dietro e se non importasse l'aspetto etico e di giustizia c'è un ulteriore aspetto choc per i consumatori: una vera e propria truffa della loro fiducia rispetto al bollino 'pesca sostenibile' o 'salva delfini' di cui a pagamento e senza reali autentici controlli si fregiano in tutto il mondo i marchi della grande distribuzione, anche quelli che noi italiani troviamo al supermercato. La stessa definizione di 'pesca sostenibile' nell'inchiesta del filmaker inglese Ali Tabrizi è praticamente assente nelle risposte dei commissari dell'Unione Europea.

'Seaspiracy - Esiste la pesca sostenibile?', il cui solo trailer su YouTube, visibile anche ai non abbonati e già denso di argomenti scioccanti, viaggia intorno al milione di visualizzazioni, smonta la visione romantica dei mari e pure quella che la plastica è la causa di tutti i mali: lo è, fa vedere il giovane documentarista con il piglio di un Michael Moore delle spiagge del sud Inghilterra dove a decine si sono spiaggiate le balene due anni fa, ma non è né la sola né la peggiore, perché i veri pericoli per l'habitat degli oceani e dunque anche per la sopravvivenza di tutti noi ('85% dell'ossigeno che respiriamo proviene dai nostri mari) sono nella pesca massiccia, spesso illegale, di vera razzia della popolazione marina senza distinzioni (il 40% del pescato globale è inutilizzato, sprecato o non contabilizzato, le cosiddette devastanti catture accessorie). Dalle associazioni che lo hanno aiutato in riprese molto pericolose per la vita sua e della moglie che ha filmato con lui - la battagliera Sea Shepard innanzitutto - ai tanti 'pentiti' del sistema pesca sostenibile emerge, con il ritmo di un thriller, un quadro terrificante sotto tutti i punti di vista. La domanda di pesce sulle tavole mondiali (stesso discorso vale per la carne) è alla base di tutto: degli allevamenti intensivi di salmone come dell'uccisione degli squali delle cui pinne è ghiotto il mercato asiatico. Le organizzazioni criminali che in alto mare portano eserciti di disperati a lavorare sui pescherecci mattatoi trattandoli come schiavi sfruttano proprio la domanda mondiale di una risorsa che è potenzialmente infinita se non la si usasse senza ritmi di natura. Il giornalista ambientale George Monbiot parla di gamberi insanguinati fornendo le prove della schiavitù in Thailandia dei pescatori di gamberi e scampi. Seaspiracy, sottolinea Peta che è una delle associazioni che plaude al documentario, "mette in luce verità allarmanti - e non ampiamente conosciute - sulla distruzione ambientale diffusa nei nostri oceani causata dal comportamento umano, sfidando le nozioni di pesca sostenibile ". Tra le e statistiche scioccanti mostrate nel film i 50 milioni di squali (creature molto 'diffamate' che invece sono essenziali per la conservazione dei nostri oceani) presi ogni anno come catture accessorie e i 10.000 delfini presi al largo della costa atlantica della Francia ogni anno anche qui solo come catture accessorie, secondo dati forniti da Sea Shepherd. Le certificazioni di pesce sostenibile potrebbero non essere tutto ciò che sembrano: mangiare pescato sostenibile è la cosa giusta da fare, ma a quanto pare in teoria, visto che nell'inchiesta di Tabrizi etichette come Dolphin Safe e MSC, Marine Stewardship Council, non sono in grado di garantire ciò che scrivono e che tutti noi cerchiamo mentre riempiamo il carrello della spesa. Mark J Palmer dell'Earth Island Institute - l'organizzazione che gestisce l'etichetta sicura per i delfini - ha ammesso nel film: "Una volta che sei là fuori nell'oceano, come fai a sapere cosa stanno facendo? Abbiamo osservatori a bordo: gli osservatori possono essere corrotti " (o addirittura uccisi come si vede nel documentario). Quali le possibili soluzioni? Aumentare le aree marine protette e vietarne la pesca all'interno, aumentare i fermi pesca per la ripopolazione e infine consumare meno pesce abbassando la domanda mondiale. A Sylvia Earle, la signora degli Oceani come Jacques Costeau, 85 anni indomiti, la conclusione di Seaspiracy: "Smettere di mangiare pesce è l'unica cosa sensata da fare".
   

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