Parisi, il Recovery Fund cruciale per rilanciare la ricerca

Vincitore del Wolf Prize, adesso bisogna valorizzarla

Enrica Battifoglia

"La ricerca scientifica è cruciale per il benessere delle nazioni" ed è in momenti difficili, come la pandemia che stiamo vivendo, che "la capacità di resistere si vede da quello che si è seminato: ora stiamo pagando questa mancanza": per Giorgio Parisi avere vinto il Wolf Prize non è solo una "grandissima soddisfazione", ma l'occasione per lanciare un Sos per la ricerca in Italia e nello stesso tempo un messaggio di ottimismo.

"Si può sperare - ha detto all'ANSA - che 'crisi' sia da intendersi come un cambiamento di rotta" e in proposito rilancia la proposta di utilizzare il Recovery Fund per aumentare il finanziamento della ricerca pubblica in Italia, avanzata nei mesi scorsi da un gruppo di ricercatori, primi fra tutti Luciano Maiani e Ugo Amaldi.

Presidente dell'Accademia scientifica più antica del mondo, quella dei Lincei, ricercatore dell'istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e docente dell'Università Sapienza di Roma, Parisi si è schierato sempre a difesa della ricerca e del suo valore per la società. Aver vinto il premio Wolf, uno dei più ambiti dai fisici di tutto il mondo, è una nuova occasione per difendere la ricerca. D'altro canto la stessa storia del premio è esemplare: sebbene dal 1979 il premio sia andato a quattro italiani, "due, Bruno Rossi e Riccardo Giacconi, erano emigrati anche perché le condizioni di lavoro all'epoca in Italia non erano paragonabili a quelle di altri Paesi".

Tuttavia, "se è comprensibile che oltre mezzo secolo fa l'Italia fosse meno appetibile degli Stati Uniti per chi volesse fare ricerca, il fatto che sia ancora nella stessa condizione, anche nei confronti di altri Paesi europei, è colpa nostra", rileva il fisico ricordando, per esempio, il taglio del 20% ai finanziamenti per l'università del 2008. Quella, osserva, "è stata una decisione autonoma del governo, che si paga con il fatto che oggi moltissime giovani generazioni vanno all'estero".

"Da questo tipo di politica fatta nell'ultima dozzina di anni e si sta lentamente cercando di tornare indietro, ma temo - aggiunge - che molti danni siano ormai stati fatti". Tanti premi scientifici, per esempio, "continuano ad andare a italiani che lavorano all'estero più che a italiani che lavorano in Italia, come accade con i finanziamenti assegnati dal Consiglio Europeo per la Ricerca". Che la mobilità dei ricercatori da un Paese all'altro sia "estremamente utile" è fuori di dubbio per Parisi, ma quello che non va è che "gli stranieri in Italia siano meno di un decimo degli italiani che lavorano all'estero.

Si parla molto di immigrazione in Italia, ma dobbiamo considerare che abbiamo anche una grande migrazione di italiani all'estero in molti campi, non solo in quello scientifico: dalle comunicazioni al design e alla ristorazione, c'è un'emorragia enorme verso l'estero". Questo significa, per Parisi, "che siamo in grado di formare le persone, ma poi non siamo in grado di fare in modo che le persone così formate possano contribuire a sviluppare il nostro Paese dando indietro tutti gli aiuti ricevuti in Passato in termini di preparazione".

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