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Alla scoperta del 'Singer nascosto'

'Un inafferrabile momento di felicità' del maestro yiddish

A trent'anni dalla morte, Fiona Shelly Diwan torna ad esplorare la sterminata opera del grande scrittore yiddish Isaac Bashevis Singer offrendo adesso nuovi spunti di analisi grazie anche alla molto attesa pubblicazione negli ultimi anni di due testi: 'Keyla la Rossa' e 'Il Ciarlatano'.
    I.B. Singer li aveva pubblicati a puntate sul diffuso quotidiano 'Forverts' (Avanti), a beneficio dei suoi lettori di cultura yiddish, nella New York degli anni Sessanta e Settanta. Come lui, anch'essi si erano lasciati alle spalle, in Polonia, un mondo in rovina, annientato dalla guerra. "Per loro, dopo la Shoah, pronunciare la parola 'felicità' era impensabile, quasi blasfemo", osserva Diwan, giornalista e studiosa che ha diretto i mensili 'Gulliver' e 'Geo' e che ora firma il mensile 'Bet-Magazine'. Da qui il titolo del libro: "Un inafferrabile momento di felicità": molto calzante per questo mondo di superstiti, in stato di sofferenza per essere rimasti in vita fra tanti orrori.
    Nei personaggi di Singer, spiega Diwan, "si nota un bisogno di riscattare la sopravvivenza attraverso un dinamismo a 360 gradi". E' un vitalismo febbrile, ma pieno di ombre. C'è un bisogno di sentirsi vivi "anche mediante seduzione ed eros".
    In questo saggio di carattere volutamente divulgativo, dopo un riesame dell'opera del prolifico scrittore - fuggito nel 1935 negli Stati Uniti dalla natia Polonia - Diwan passa ad analizzare i due romanzi recuperati adesso che a sua parere offrono nuovi elementi per esplorare un ''Singer nascosto'', e inquadrarlo sotto una diversa angolatura. Singer, peraltro, aveva fatto di tutto per sfuggire ad etichette. Si era cimentato con ogni genere di scrittura: saghe familiari, testi fantastici, reportage, un romanzo filosofico, e anche racconti per bambini ("perchè loro non fanno critica letteraria, ma si lasciano trasportare dalla fantasia"). Il grande dissimulatore amava inoltre nascondersi dietro a pseudonimi (D. Segal, Yitshok Warshawski, Yitzhok Bashevis).
    Ma quando nel 1978 Singer va a Stoccolma per ritirare il premio Nobel per la letteratura, si presenta con i panni di ambasciatore dello yiddish: "Una lingua dell'esilio - disse nel discorso di accettazione - senza terra, senza frontiere, non sostenuta da alcun governo, una lingua che non possiede termini adatti per armi, munizioni, esercitazioni militari o tattiche belliche''. Per Singer, nota Diwan nel suo saggio (frutto di anni di ricerche) "dopo la Shoah l'yiddish assume il sapore di una lingua di fantasmi. Una lingua di 'anime nude'". In Cielo, ne era persuaso, "tutti parlano yiddish". Il recupero dei due romanzi rimasti così a lungo nell'oblio è dunque una occasione "per ritrovare Singer" e per inserirli nel contesto più completo della sua fluviale produzione. Per i suoi estimatori, un momento di indubbia felicità. (ANSA).
   

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